Erland e May, marito e moglie cinquantenni, tengono insieme lezioni di ménage matrimoniale in parrocchia. Dispensano ai loro uditori, con amorevole razionalità, una teoria della coppia basata sulla convinzione che ogni tipo di crisi si possa superare insieme. Fra i loro uditori, ci sono Sven-Erik e Karin, coppia che di crisi ne ha appena superata una (o forse no…). Ma ecco che (con un po’ di lentezza eccessiva) si innesca la miccia che farà scoppiare la storia: Karin si accorge che i suoi sentimenti la portano appassionatamente verso Erland. Soffre, ma si lascia travolgere. Più difficile è la resa di Erland. Incapace di accettare che tutto questo stia accadendo a lui, razionalmente, non si arrende agli inganni della passione ma, appassionatamente, convince Karin a mettere i rispettivi consorti a parte della relazione… per il bene di tutti.
Ed eccoli lì: quattro adulti messi di fronte ad un tradimento incrociato. Quattro caratteri diversi: la devota, l’altruista, l’appassionata, il passivo. Diversi, ma accomunati da un unico difetto fatale: nessuno vuole perdere nulla.
E così, portato il problema sul tavolo, si mette a punto la soluzione razionale per non risolverlo: i quattro adulti decidono di convivere tutti nella stessa casa (riservando la camera da letto ai neo-amanti e un divano per uno - al di là del sottile muro - per i coniugi ‘traditi’) in modo che la passione degli amanti non venga alimentata dalla clandestinità, ma, trovando sfogo, perda forza e si dissolva riportando le cose a come tutti avrebbero voluto rimanessero, immutate. Il ragionamento non fa una piega, ma questi quattro personaggi ignorano che il cinema (e forse anche la vita) è molto affezionato ai cambiamenti e punisce severamente i protagonisti che vi si oppongono. Le punizioni che questa pellicola combina sono di qualità: gustiamo un secondo atto di grottesche umiliazioni e repressioni dell’Es, ci carichiamo di un’indignazione di cui ci liberiamo grazie agli scoppi di rabbia che smuovono i personaggi nei momenti giusti e arriviamo, carichi di umana comprensione, proprio lì dove serve, in zona redenzione. Il tutto secondo le regole di un gioco sadico che tortura i personaggi regalandoci momenti di autentico divertimento e consegnandoci, aristotelicamente, a una catarsi di (sfiorata) tragedia.
A questo punto il meccanismo ha dato fondo a tutta la sua vena sadica: ci siamo divertiti e ora ci commuoviamo quando May decide di fare al marito (Erland) il migliore dei discorsi possibili che chiunque vorrebbe sentire dalla persona che lo sta lasciando. Ci uniamo al boato di liberazione da parte del pubblico in sala quando vediamo i personaggi salpare consapevoli, feriti ma appassionati, verso il loro nuovo futuro. Il meccanismo ha funzionato. Ma non solo quello.
Mentre ci allontaniamo facendo considerazioni su dove può condurre la non-accettazione dell’irrazionale leggerezza dell’essere, non sentiamo l’aria rarefatta di una teoria, ma un denso profumo di umanità con aromi di buon cinema.
Alessandra Racca
Andrea Tacchella
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